Luigi Battisti


LUIGI BATTISTI LA SOGLIA*

di Ludovico Pratesi

CRITICA IN VOLO
Dall’oblò di un aereo diretto in Svizzera osservo le formazioni nuvolose che si susseguono in un cielo azzurro, dall’apparenza serena. Sotto quelle nuvole c’è un mondo che esplode, che si trasforma e si muove in tutte le direzioni, in un processo di accelerazione di cui non si vede la fine. Cambia la geografia, scoppiano le guerre, i conflitti interrazziali, la violenza si espande in ogni luogo. Eppure, visto dall’alto, nulla di questo cielo cristallino lascia presagire i tumulti che si agitano lì in basso, in grado addirittura di modificare per sempre il volto dell’intero pianeta. Non più “sotto il vulcano”, ma “sopra il vulcano”, senza sapere se e quando avverrà l’eruzione, prevista prima della fine del millennio.
Nessuna profezia apocalittica: soltanto un presentimento, una sensazione di pericolo imminente.

DOMANDE IN VOLO
Può l’arte essere rassicurante, monumentale, asettica, estetica e formale come negli anni ottanta, quando era sorretta da un mercato florido e in ascesa?
E’ concesso ad un’opera contemporanea lo statuto di una favola?
Può lo spettatore dell’opera stessa limitarsi a contemplarla, per soddisfare le pulsioni più immediate, legate alla ricerca di un mero fabbisogno estetico, noncurante delle mille problematiche del nostro tempo?
In poche parole, l’arte è un territorio in cui rifugiarsi o un luogo dove gli interrogativi della vita vengono proposti ed indagati attraverso un’attenzione al reale, pur se risolta mediante linguaggi, simboli e ricerche non sempre
immediatamente decifrabili?
Ponetevi queste domande mentre camminate senza scarpe sul pavimento di legno multistrato, l’installazione proposta da Luigi Battisti nella galleria Planita. Procedete con attenzione, perché negli scheggiati avvallamenti potreste rovinarvi le calze, o, alla peggio, ferirvi i piedi.

ARTE A TERRA
Al di là della soglia, l’arte di Luigi Battisti esige attenzione, come indica quell’elemento in equilibrio precario, che determina un senso di disagio al tatto e alla vista. E’ un ostacolo, una minaccia o un simbolo? Cosa c’è dietro quella
superficie di legno scavato?
Altre domande, non in volo ma a terra. Altre risposte: l’opera è aperta, contiene in sé interrogativi ed esclamativi, significati e significanti. Bisogna tracciare il proprio itinerario e percorrerlo con calma e attenzione.
Così come il cielo non lascia immaginare i pericolosi mutamenti della terra (niente di nuovo sotto il sole), altrettanto il legno non comunica le minacce delle sue viscere scheggiate.

ARCHEOLOGIA DELLA MATERIA
Battisti sceglie I pannelli di legno multistrato. Li scava uno ad uno per svelarne le trame, le diverse anime, per comporre la mappa di geografie interne. Mette a nudo il ventre di una materia trattata artificialmente. Riapre ciò che l’industria ha chiuso, trasforma ciò che è stato già modificato. Aggiunge la connotazione scultorea ad un’entità bidimensionale. Evoca la vocazione tattile e pittorica della tavola di legno, considerate dagli artisti del passato nulla più di un mero supporto. Il legno nudo, grazie all’intervento di Battisti, diventa altro da sé, pur mantenendo i suoi connotati originari. Ora è minaccia, avvertimento, tracciato, geografia, percorso. Luogo magico, territorio sacro. Insidia e poesia. Superficie e profondità. Rigorosa e severa interiorità.

I COLORI DEL ROSSO
I colori del rosso. Le sfumature sembrano altre tinte, ma sono tutte gradazioni dello stesso colore, che ne racchiude mille altri. Con il rosso Battisti opera altre trasformazioni, nuove alchimie. Il colore ribattezza nuovamente la superficie lignea. Ciò che era diventato scultura torna ad essere pittura, perde la sua anima crudele e minacciosa per ritornare sulla parete, verso quei cieli distratti di cui parlavamo prima. Sulla terra, minaccioso e intransigente, subdolo e astuto; sulla parete tranquillo, socievole, insicuro, alla continua ricerca di uno sguardo complice, di un’approvazione certa.

I MUTI
Ostacoli divelti. Scritture illeggibili. Composizioni, ordini, grafie, colori. Altri alfabeti, segni muti. Comunicazioni tra cielo e terra. Identità da identificare in silenzio. Forse, semplici pensieri.
Lasciamo all’arte la libertà di riflettere senza comunicare.
Raramente potremo rimanere delusi. Occorre pazienza e attenzione.
Luigi Battisti li ha chiamati Muti forse per invitarci a guardarli in silenzio.

ATTERRAGGIO
Domande in cielo, domande in terra. Il legno scavato svela le sue insidie. Visto dal cielo, il nostro affaticato pianeta rivela un volto rassicurante, ma la realtà è ben diversa. Ora l’oblò splende dell’immacolato candore delle nevi che ammantano le cime del Monte Bianco. L’aereo si sta avvicinando alle rive del lago Lemano, che riflette sulle sue acque cristalline I palazzi di Ginevra. Tra poco atterreremo. Allacciate le cinture.

Il 20/01/1995, in volo tra Roma e Ginevra
Ludovico Pratesi

 

*Testo per la mostra Luigi Battisti, La soglia, 1995, Galleria Planita Roma

SULLA MOSTRA HANNO SCRITTO:

Augusto Pieroni, Tema Celeste n.51 Aprile-Maggio 1995

Molti lavori di Luigi Battisti esplorano la profondità con un’indagine del supporto realizzata tramite la rimozione di diversi strati del legno, a volte naturale altre coperte da pigmento. Ne risulta una particolare tessitura, definita dai vari orientamenti delle fibre del materiale, le quali affiorano l’una accanto all’altra. Dove il pigmento ancora resiste, queste escoriazioni sulla superficie dell’opera producono tracce quasi gestuali che l’artista assume come segni grafici da riutilizzare in altre opere non basate sullo scavo. È il caso dei Muti, lavori costituiti da striscioni di plastica trasparente arrotolati attorno alle loro aste di sostegno dai colori violenti: su queste superfici invisibili l’artista registra bianchi segni di chiara matrice informale.
Nella recente installazione alla galleria Planita, i pigmenti squillanti sono stesi sulla tormentata superficie dei quadri-scultura in legno multistrato; questi pannelli, in diverse gradazioni del rosso, sono poi disposti con studiata casualità nello spazio espositivo; in alcuni casi sono inclinati su un fianco, come a richiedere un supplemento di attenzione nella lettura.
Battisti affronta infatti un problema artistico analitico nel momento in cui cerca la struttura e lo spazio dei materiali, ma anche etico in quanto lo spazio dell’opera esce e ha un proprio comportamento nello spazio reale.
Il rigore formale e la “disubbidienza” delle opere di Battisti si aprono a dimensione ambientale giungendo a pavimentare l’intera galleria con le tipiche superfici lignee scavate: impercorribili. Nello stesso spazio una grande superficie scavata obliqua incombe minacciosa, e quasi occulta uno dei pannelli colorati.

Giuseppe Cannilla, Juliet N.72 Aprile-Maggio 1995

Con i suoi ultimi lavori, esposti alla Planita, Luigi Battisti affronta un problema di identità (dell’arte anzitutto e in secondo luogo del soggetto che vive e opera nella realtà), attraverso un’operazione di analisi e di verifica pratica condotta su due elementi centrali del processo di produzione artistica, i materiali e la dislocazione fisica del manufatto. I materiali ci riconducono a una sorta di identità avvolgente, in cui l’arte, e più in generale, l’aspirazione a una condizione di esteticità diffusa, sembra proporsi come necessario bisogno in un ampio registro di momenti o fasi dell’esistenza quotidiana. L’obiettivo, però, non è quello di evocare una sorta di immediata corrispondenza tra i comportamenti quotidiani e la più rarefatta sfera dell’estetico, quanto piuttosto quello di proporre una disseminazione più ampia possibile del fatto artistico, con tutti i suoi connotati specifici e riconoscibili. Potremmo azzardare, allora, che il pavimento realizzato da Battisti scavando in profondità variabili le formelle di multistrato poste sul pavimento della galleria, abbia a che vedere non tanto con un semplice principio decorativo, quale potrebbe essere suggerito dall’assonanza con l’uso dalla tarsia nelle pavimentazioni cosmatesche medievali, quanto con un’idea di decorazione integrata, nel senso del recupero di una tecnica e stile artigianali contro la tecnica della produzione standardizzata. Pur non essendo un “raccoglitore” (come Kurt Schwitters), Battisti costruisce degli “oggetti” che hanno lo stesso spessore esistenziale, ove si accumulano (o meglio si scavano) i rilievi o le depressioni di atti artistici sempre circostanziati e mai casuali, anche se prodotti a ritmo battente della vita, che posso quindi facilmente ribaltarsi sui piani ortogonali dello spazio e divenire pannelli (monocromi) o elevarsi in emergenze oblique e pesanti sul nostro capo, come gli eventi, quegli eventi sui quali ambiscono a svolgere una sorta di azione educatrice.

Luca Piciocchi, La soglia, Roma Galleria Planita, Febbraio-Marzo 1995

Scalzi, si calpesta una superficie ricca, fino all’inverosimile, di segni, di tracce, di percorsi scalfiti nel legno.. Alzare la testa e guardare oltre è come proclamare l’atto che si sta compiendo.
Lo sguardo scruta la terra. Sorvola immaginifiche vedute.
Non c’è colore, ma è comunque pittura. Gli innumerevoli frammenti di paesaggi sempre diversi ricordano l’infinita varietà della terra. Questo tipo di attraversamento predispone ad una conversione quanto mai necessaria per il superamento della stagnante posizione di attesa, magari del solito ed inarrivabile evento. E’, quindi, un obbligo quello di perdersi all’interno di quei percorsi apparentemente naturali ed insidiosamente artificiali.
La presenza di una grande tavola obliqua che incombe dalla parete comunica la sensazione di varcare “la soglia” di una nuova percezione, di un nuovo modo di intendere l’arte, al servizio, questa volta, solo dell’uomo. E’ la soglia della percezione, per dirla nel senso del materialismo storico, dell’utopia, per l’equivalente spirituale, della speranza. Proprio attraverso il colore, il rosso, di volta in volta fino all’eccesso, l’opera ostenta un’aura d’indiscutibile forza e persuasione. L’immediatezza del contatto induce alla rinuncia dell’ordinaria attitudine ad isolarsi dalla terra e dal cielo, dalla materia e dallo spirito. Ci fa acquisire la consapevolezza di essere congiunzione armonica tra le parti.
La soglia è varcata, alle spalle ci sono le rovine dell’uomo, mentre di fronte appare la rivelazione di una miriade di percorsi possibili, che ora, come non mai, indicano, alla propria ed unioca soggettività, come sia forte l’ambizione di agire e di guardare oltre.