Sem/Senza

Luigi Battisti e Pasquale Polidori presentano un lavoro progettato a quattro mani, dove la pittura e la musica sono complementari.

Si tratta di un luogo in cui entrare per porsi in ascolto, dai confini penetrabili, non un recinto chiuso ma una struttura vibrante e colorata. Vibrante come i suoni che la percorrono: quelli di una canzone che nasce dalla decostruzione del testo del manifesto dei Sem Terra brasiliani.

All’epifania della forma, alla pioggia dei cartoncini colorati, alcuni dei quali disegnati da figure umane, si accompagna l’immaterialità del suono.

In questo gioco continuo di rimandi tra immagine e musica l’osservatore, una volta dentro l’opera, si sente a suo agio in uno spazio connotato dalla leggerezza, ma facendo poi attenzione alle parole della canzone, avverte qualcosa che ha a che fare con la politica, con la morale. Successivamente capisce che l’operazione compiuta da Polidori, di matrice decostruttivista, tesa a smontare, combinare e rimontare le parole del manifesto dei Sem Terra, messe infine in musica e cantate da Gabriella Pascale, affonda in un principio etico. Polidori, che da sempre lavora sul linguaggio verbale, qui affida alla struttura vocale e musicale la sua “traduzione”, cioè la sua rielaborazione del dato.

Cosicché la struttura realizzata da Battisti (quasi un “Penetrable”, ma che a differenza di quello di Rafael Soto si fa “ambiente”), su cui si stagliano dipinti a olio personaggi stilizzati, più o meno definiti, può diventare un assembramento vivo di presenze, le stesse da cui si può immaginare che provenga il canto. Ma è anche, contemporaneamente, un omaggio alla gioiosità del colore e della pittura. Come ogni ambiente, quest’opera chiama al suo interno l’osservatore, lo sollecita verso un’esperienza polisensoriale, dove la vista, il tatto e l’udito si intrecciano.

Un luogo dell’arte certamente, ma non estraneo alla vita.

(Lucilla Meloni, Un luogo per l’ascolto. Testo sul catalogo della mostra: Sem/Senza, 2009, Pan, Napoli.