Scalfitture

“(…) Quindi sul multistrato di legno nasce l’idea dello scavo: lo scalpello inizia a mangiare la liscia superficie sanguigna del quadro mettendo a nudo la texture ortogonale delle superfici sottostanti.

Ne conseguono lavori dove la superficie è scavata fino a creare una scrittura fatta di articolazione nello spazio.”

(Augusto Pieroni, C’è da vedere; testo per la mostra a Palazzo Compagna, Cosenza 1996)

 

 

“Molti lavori di Luigi Battisti esplorano la profondità con un’indagine del supporto realizzata tramite la rimozione di diversi strati del legno, a volte naturale altre coperte da pigmento. Ne risulta una particolare tessitura, definita dai vari orientamenti delle fibre del materiale, le quali affiorano l’una accanto all’altra. Dove il pigmento ancora resiste, queste escoriazioni sulla superficie dell’opera producono tracce quasi gestuali che l’artista assume come segni grafici da riutilizzare in altre opere non basate sullo scavo. è il caso dei Muti, lavori costituiti da striscioni di plastica trasparente arrotolati attorno alle loro aste di sostegno dai colori violenti: su queste superfici invisibili l’artista registra bianchi segni di chiara matrice informale.

Nella recente installazione alla galleria Planita, i pigmenti squillanti sono stesi sulla tormentata superficie dei quadri-scultura in legno multistrato; questi pannelli, in diverse gradazioni del rosso, sono poi disposti con studiata casualità nello spazio espositivo; in alcuni casi sono inclinati su un fianco, come a richiedere un supplemento di attenzione nella lettura.

Battisti affronta infatti un problema artistico analitico nel momento in cui cerca la struttura e lo spazio dei materiali, ma anche etico in quanto lo spazio dell’opera esce e ha un proprio comportamento nello spazio reale.

Il rigore formale e la “disubbidienza” delle opere di Battisti si aprono a dimensione ambientale giungendo a pavimentare l’intera galleria con le tipiche superfici lignee scavate: impercorribili.

Nello stesso spazio una grande superficie scavata obliqua incombe minacciosa, e quasi occulta uno dei pannelli colorati.”

(Augusto Pieroni, Tema Celeste n.51 Aprile-Maggio 1995)

 

 

“Scalzi, si calpesta una superficie ricca, fino all’inverosimile, di segni, di tracce, di percorsi scalfiti nel legno. Alzare la testa e guardare oltre è come proclamare l’atto che si sta compiendo.

Lo sguardo scruta la terra. Sorvola immaginifiche vedute.

Non c’è colore, ma è comunque pittura. Gli innumerevoli frammenti di paesaggi sempre diversi ricordano l’infinita varietà della terra. Questo tipo di attraversamento predispone ad una conversione quanto mai necessaria per il superamento della stagnante posizione di attesa, magari del solito ed inarrivabile evento. È, quindi, un obbligo quello di perdersi all’interno di quei percorsi apparentemente naturali ed insidiosamente artificiali.

La presenza di una grande tavola obliqua che incombe dalla parete comunica la sensazione di varcare “la soglia” di una nuova percezione, di un nuovo modo di intendere l’arte, al servizio, questa volta, solo dell’uomo. È la soglia della percezione, per dirla nel senso del materialismo storico, dell’utopia, per l’equivalente spirituale, della speranza. Proprio attraverso il colore, il rosso, di volta in volta fino all’eccesso, l’opera ostenta un’aura d’indiscutibile forza e persuasione. L’immediatezza del contatto induce alla rinuncia dell’ordinaria attitudine ad isolarsi dalla terra e dal cielo, dalla materia e dallo spirito. Ci fa acquisire la consapevolezza di essere congiunzione armonica tra le parti. 

La soglia è varcata, alle spalle ci sono le rovine dell’uomo, mentre di fronte appare la rivelazione di una miriade di percorsi possibili, che ora, come non mai, indicano, alla propria ed univoca soggettività, come sia forte l’ambizione di agire e di guardare oltre.

(Luca Piciocchi, recensione della mostra Luigi Battisti, La soglia, Roma Galleria Planita, Febbraio-Marzo 1995, comparsa sulla rivista Titolo)

 

LUIGI BATTISTI LA SOGLIA - L. Pratesi